Ferrovie On Line

TRENI TRASPORTI E TURISMO ON WEB
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 Oggetto del messaggio: Re: cara fano-urbino, ti voglio
MessaggioInviato: mar 08 dic 2009 1:07 
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mar 28 dic 2004 14:36
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ALDn32 ha scritto:
@DM: ma foto degli interni dell'UM non ce ne sono? sono curioso di vedere com'è e cosa è rimasto... se possibile di tutte le stazioni della linea


No ALDn a Fermignano ci sono degli uffici della CISL nell'ex-UM, non meglio è andata per la sala d'aspetto, biglietteria e sala del capo-gestione merci che ora ospitano un negozio di articoli per la casa; comunque gli apparati dei PL e le leve dei segnali ad ala furono tolti pochi anni dopo la chiusura (1987), il blocco era solo telefonico poichè la linea era con esercizio a Dirigenza Unica (la prima in Italia che lo ricevette). Rimane solo la cosiddetta "cassaforte". :cry:

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Ricordo ai capoccioni FS che la CO2 si riduce togliendo i TIR dalla strada, non con 4 gatti sulle 4 freccette colorate, invece di affossare il traffico merci su ferro


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 Oggetto del messaggio: Re: cara fano-urbino, ti voglio
MessaggioInviato: dom 17 gen 2010 13:25 
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gio 04 ago 2005 0:19
Località: Castellanza
allora la riaprono o no???
io non vedo l'ora di venire li a farci un giro!! :D


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 Oggetto del messaggio: Re: cara fano-urbino, ti voglio
MessaggioInviato: dom 07 mar 2010 23:34 
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mar 28 dic 2004 14:36
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Ecco la passeggiata organizzata dall'FVM per la giornata delle ferrovie dimenticate da FV di Fermignano a quello di Canavaccio di Urbino, ricollegate dopo la pulizia della vegetazione.
http://picasaweb.google.com/FerroviaFVM ... menticate#

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 Oggetto del messaggio: Re: cara fano-urbino, ti voglio
MessaggioInviato: gio 11 mar 2010 20:50 
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mar 28 dic 2004 14:36
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Contravvengo alle regole del forum (me ne scuso già) per postare un intervento da un altro forum quello dell'FVM, il report di un viaggio a piedi effettuato da Massimo Conti (uno dei tanti che vorrebbe pubblicare) secondo me merita, è quasi un ode alla Fano-Urbino.
http://ferroviafvm.forumattivo.com/la-ferrovia-metaurense-f3/traversine-da-fano-a-urbino-a-piedi-lungo-la-metaurense-t136.htm#411


Ecco alcuni stralci del racconto in attesa di pubblicazione sul mio viaggio a piedi lungo la Metaurense: 19, 20 aprile 2008

"“Sono le 7.30 del mattino. Parcheggio la bicicletta alla stazione di Fano: il punto di partenza del mio viaggio lungo la strada ferrata nel microcosmo della vallata del Metauro. La lego saldamente ad un palo con una catena. L’unico modo per sperare, ma spesso non è una garanzia sufficiente, di ritrovarla lì dove l’ho lasciata. Quantomeno parzialmente intera. Il piazzale infatti è ingombro di biciclette cannibalizzate, alcune delle quali ridotte a monconi arrugginiti, altre, seminuove, saccheggiate dei sellini. L’edificio ha una facciata austera, dai muri solidi, di altri tempi, quando le Ferrovie dello Stato erano un’istituzione degna di rispetto e della quale, tutto sommato ci si poteva fidare. Mi affaccio sulla porta d’entrate e mi dico che quello e il passo numero uno, il primo delle migliaio che dovrò compiere per raggiungere Urbino. Sono un viaggiatore, non un passeggero eppure transito nell’atrio della stazione con la ferma convinzione di star per prendere un treno. Un treno della memoria per cercare lungo la strada che mi appresto a percorrere le tracce perdute di quei convogli, dei paesaggi attraversati dal lungo serpente di ferro che tra pochi anni compirà un secolo. Sì perché la Metaurense nonostante tutto, pur moribonda, non è morta.” (...)

"“Un segnale verticale bianco e blu indica la distanza ferroviaria che ci separa da Bologna; s’innalza, a ridosso del binario, nei pressi di un vecchio magazzino in mattoni rossi, ancora in perfetto stato di conservazione. Vigila su di un piazzale di carico e scarico al limite del quale un cartello avverte: E’ SEVERAMENTE PROIBITO OLTREPASSARE IL TERMINE DEL MARCIAPIEDE. Faccio un altro metro ancora e sono nell’illegalità. Clandestino entro confini che mi sono preclusi procedo passando accanto ad una garitta di cemento. La pettorina giallo fosforescente di cui mi sono prudentemente dotato dovrebbe farmi assomigliare ad un operaio nel tentativo di sviare le attenzioni di chi mi dovesse scorgere camminare in un’area nella quale non è consentito transitare. Un vecchio scambio manuale con il grosso contrappeso, ancora funzionante, governa i tre o quattro binari che terminano la loro corsa ai limiti del piazzale di carico antistante il magazzino. Su uno di questi intravedo ferma e composta la sagoma tozza verde e gialla di una 214/4276. E’ l’ultima versione, la 4000, di un glorioso locomotore diesel in produzione fino al 1986 e costruita in più di 300 esemplari. Presenza costante in moltissime stazioni e scali merci, grandi e piccoli, con compiti di traino leggero. Il VM 1308 V ad 8 cilindri a V, alloggiato nel lungo muso, riesce a spostare le 22 tonnellate di questo mulo meccanico fino a farle raggiungere la velocità di 35 km all’ora. Dopo aver dato un’ occhiata al locomotore riprendo il cammino scavalcando i binari secondari che danno accesso a quello principale. Alzo lo sguardo e vedo l’imponente mole del Mulino Albani grigio e austero. Una sorta di fortezza Bastiani che invece di vigilare sul deserto dei tartari indica il limite tra le ultime propaggini della città e i non luoghi della zona artigianale e commerciale: officine, outlet, centri commerciali, concessionarie di auto usate, senza soluzione di continuità coprono, per un paio di kilometri, quel che resta della campagna sino alle foci del Metauro dove il ponte costruito durante gli anni del regime e la chiesetta di S. Maria del Ponte Metauro segnano il confine meridionale della città.” (...)
lunga teoria di orti, grandi e piccoli che coprono 500 metri di terreno tutto intorno alla strada ferrata. I binari sono completamente sgombri dai rovi e camminarci sopra è un piacere. Ai lati, dai piccoli appezzamenti di terreno coltivato partono sentieri di nuda terra battuta e camminamenti segnati dall’erba calpestata. Conducono tutti a casette unifamiliari costruite a pochi metri dalla ferrovia. Lo spazio che le separa dai binari è occupato da casotti di fortuna realizzati con i materiali più disparati: legno, plastica, porte, persino dell’eternit.. Ne scorgo di abbandonati con resti di gabbie per conigli. Dentro angusti recinti razzolano galline e polli. È un piacere fermarsi ad osservare quelle piccole, rigogliose coltivazioni di ortaggi, con le verdure disposte in perfetta simmetria. Guardandole con attenzione ci si può fare un’idea sulle abitudini alimentari dei proprietari. C’è chi preferisce i carciofi, altri vogliono avere più tipi di insalata a disposizione. Anche i finocchi incontrano un certo gradimento. Mucchi di grandi foglie marcescenti di cavolo sono depositate in un angolo in attesa di essere smaltite. Il problema per tutti è riuscire ad approvvigionarsi d’acqua per innaffiare il terreno senza dover installare un costoso impianto di irrigazione. Alcuni si sono ingegnati recuperando fusti vuoti di metallo riempiti di acqua piovana: ne scorgo quattro colorati di giallo e rosso messi in fila davanti a una delle tante capannuccie. S’alza un alito di vento e le bottiglie messe a guardia degli orti, infilzate in cima a sottili aste di ferro da carpenteria, sbatacchiano mentre piccoli fusti in plastica dotati di alette iniziano a girare su se stesse per qualche istante. Il refolo si acquieta e il rumore cessa. Tutto intorno è silenzio. La città si sta svegliando solo ora. Qualche serranda sale e dietro ad una finestra sgorgo per un attimo un volto assonnato. Solo gli anziani sono mattinieri e con la solerzia di chi è consapevole dell’ineluttabilità del compito che si è assegnato sono chini sui loro ortaggi. Più procedo più le case si diradano, sulle destra un grande cartello di un immobiliare invita a comprare appartamenti della lottizzazione San Martino, per 400 famiglie, di cui s’intravedono già gli scheletri dei palazzi accuditi amorevolmente da gru, ruspe e camion. La periferia sfila via, su di una scarpata sulla sinistra della Metaurense da una campo di calcio qualcuno a scaraventato involontariamente sui binari, due palloni di cuoio: uno sgonfio blu l’altro bianco e rosso. Cerco senza successo di ributtarli oltre l’altissima rete che delimita il rettangolo erboso. Fatti pochi metri si spalanca davanti a me la campagna.”

“Percorsi un centinaio di metri la ferrovia incrocia una strada dove le rotaie a vista, smerigliate dal passaggio delle gomme delle auto, illuminate dal sole barbagliano di luce. Qualcuno ha approfittato per depositare un cumulo d’immondizia tra i binari abbandonati. Nuovamente riappare in lontananza la sagoma inconfondibile dell’eremo di Monte Giove mentre il latrare di cane da guardia rinchiuso in un microscopico recinto ai bordi di una distesa coltivata a carciofi a ridosso della massicciata, scatena un putiferio tra i cani della zona che rispondono al suo richiamo. Quattro ciliegi disposti in fila come una delegazione che renda omaggio alla mia impresa sfilano sulla mia sinistra punteggiano il cielo con i loro fiori bianchi. Procedo spedito con quello strano passo troppo lungo per una traversina e troppo corto per due. Ora il ponte dell’autostrada che scavalca la Metaurense è a poche centinaia di metri da me. Mi giro sentendomi osservato. Quattro grandi occhi scuri dalle lunghe ciglia mi scrutano al di sopra di una siepe. Dietro un recinto elettrificato un cavallo e un mulo sono intenti a pascolare in un incolto e sentendomi arrivare hanno alzato la testa per valutare la pericolosità di un possibile intruso. Ed è proprio davanti a loro che su di una rotaia noto un adesivo rotondo. Sul fondo bianco solo una lettera nera fatta più o meno così: K. Il simbolo di una setta esoterica o semplicemente il marchio pubblicitario di una delle migliaia di imprese che con i loro prodotti solleticano, tutti i giorni, i nostri desideri dalle pagine dei giornali e dai teleschermi? Il piccolo viadotto dell’A14 mi inghiotte per qualche metro. Sui muri di sostegno qualche graffitista poco dotato ha urlato tutta la sua rabbia e disperazione con una bomboletta in una mano e una bottiglia di birra nell’altra i cui cocci sono sparsi tutt’intorno”

“… La Metaurense e la consolare Flaminia corrono ora parallele a poche centinaia di metri. All’incrocio con la prima strada sono ferme, accanto ad un casello due draisine -il termine rimanda alle prime biciclette ottocentesche- rimesse in sesto dai volontari della FVM che se ne servono per scorazzare su e giù per linea cercando, con estrema fatica, di tener pulita ed in ordine la tratta. Da quando sono partito da Fano sono i primi rotabili che incontro e fino a Fermignano non ne vedrò altri. Sono le guardie del corpo della Metaurense. Vigilano sulla linea difendendo la sua integrità. Il loro aspetto goffo e sgraziato, ricorda un cartone animato: le auto di Paperino e Topolino. Sono un po’ acciaccate ma perfettamente funzionanti. Qualche ammaccatura qua e là con vistose parti di vernice mancante sulla gialla livrea. Sul muso imbronciato spicca il simbolo delle FS incorniciato in un riquadro ottagonale, due fari da FIAT Seicento, e a lambire il paraurti da automobile il logo del carrozziere che ha realizzato lo chassis: CALABRESE. Devono entrare a far parte del mio album di ricordi. Quindi inquadro e scatto. L’edificio un tempo adibito ad abitazione della famiglia del casellante, è stato ristrutturato: sopra una finestra murata i padroni di casa hanno sistemato un ferro di cavallo. A ridosso dei binari noto il pianale, in legno consunto, spoglio di un carrello. Ormai privo di tutta la carrozzeria mette in mostra i nudi moncherini delle leve del cambio, del freno a mano e della pedaliera. Sul lato opposto, quasi sul ciglio della strada, accanto al condotto sotterraneo per i cavi che movimentavano i passaggi a livello, sono piantate nel terreno quattro traversine con filo spinato a guisa di cavalli di frisia. Disposti in fila indiana, spuntano tra l’erba come fiori rinsecchiti i paletti arrugginiti che sostengono le carrucole di rimando dei cavi del passaggio a livello. Le gambe scalpitano e la voglia di proseguire mi spinge oltre. Traversina dopo traversina Bellocchi è alle mie spalle. Mi volto indietro e i simpatici furgoncini dalle ruote senza gomme non sono ormai che macchie gialle. La valle lentamente ma inesorabilmente, con il Metauro che funge da enorme zip si sta chiudendo: i due crinali che delimitano l’alveo del fiume, punteggiati sulle loro pendici dai piccoli paesi, a est e a ovest del suo corso si avvicinano sempre più. Flaminia, fiume e ferrovia prima o poi finiranno per toccarsi, spintonarsi, reclamando uno spazio tutto per se. Ora procedono l’una accanto all’altra senza quasi degnarsi di uno sguardo.” (...)
“Mi aspetta una giornata impegnativa, per fari motivi gravata da una serie di incognite. Innanzitutto sui tempi di percorrenza visto che oggi la distanza da coprire è leggermente superiore a quella percorsa ieri. Un altro motivo di preoccupazione è lo stato di manutenzione della massicciata. Nessuno mi ha assicurato con certezza se i viadotti, da qui a Fermignano, siano effettivamente percorribili e quanti kilometri di binari possano essere transitabile senza ricorrere al lanciafiamme o al machete. Che non ho. Tanto che ieri ho pensato di comprarmene uno. Scartando subito l’idea. Vi immaginate avanzare metro dopo metro lungo la Fano-Urbino, come Livingston alla ricerca delle sorgenti del Nilo, vibrando colpi a destra e a manca? L’altra cosa che temo è lo stato di salute dei miei piedi, dei muscoli delle gambe, e delle giunture. Ritrovo però subito l’ottimismo del viaggiatore (i pessimisti, per forza di cose, rimangono a casa a guardare la TV, di solito) pregustando la bellezza dei luoghi che attraverserò, gli incontri fortuiti, gli ostacoli da affrontare e superare. E poi sotto un cielo cangiante come quello che oggi mi augura buon viaggio niente può andar storto. Inforco gli occhiali, una sistemata al cappello da baseball, e si parte. La ferrovia lambisce il muro esterno del super carcere che sale a strapiombo per decine di metri. Ho paura di incuriosire troppo qualche guardia carceraria annoiata in cerca di un diversivo. Di fatto non dovrei, o meglio, non potrei essere lì dove mi trovo ora. Ma dietro i vetri azzurri delle torri di guardia non s’intravede nessuno interessato a me. Confido nella mia casacca riflettente che mi può far sembrare un operaio. Oltrepassata via dei Mulini ecco comparire davanti a me il primo dei due viadotti che scavalcano la curva sinuosa del Metauro. Un grosso fico ha messo radici proprio in mezzo ai binari e come un guardiano vigila sull’accesso. Sono in cammino da poco più di 10 minuti e già provo la prima forte emozione della giornata. L’altezza è inebriante tanto che non ce la faccio ad avvicinarmi troppo alla balaustra. Sotto di me le acque del fiume sono di un colore azzurro intenso e, immagino, fredde. Un pescatore, sul ciglio della diga che sbarra poco più oltre il Metauro, immerso fino alla cintola, sta recuperando, con un aggraziato movimento, la lenza. Per un lungo istante la canna svirgola nell’aria, tende il filo e l’esca vola lontana.”

“Come un surfer cerco di cavalcare l’onda irsuta dei rovi ma immancabilmente i vestiti vengono afferrati dalle spine, perdo l’equilibrio e rotolo giù. Mi tocco, niente di rotto. Giro lo sguardo e a dieci centimetri dalla testa, vedo conficcato un paletto di ferro arrugginito. Ho rischiato di infilzarcimi sopra. Gli occhiali da sole, così indispensabili al mio viaggio, sono volati via lontano da me in mezzo alla vegetazione. È per pura fortuna che il mio sguardo li intraveda subito tra l’intricata trama dei rovi. Non mi sarei mai accorto della loro perdita, avendoli infilati qualche minuto prima nelle tasche della giacca. Mi rialzo scrollandomi di dosso la terra e li recupero riponendoli al sicuro. Mi concentro ora sul luogo che devo visitare e come fare a raggiungerlo. Sono in mezzo ai binari anche se non si vedono nascosti come sono sotto mezzo metro di arbusti. A poca distanza da me un pozzo nero verticale inghiotte la ferrovia. Mi avvicino con circospezione a quel luogo buio e umido da 20 anni non più profanato. Sull’imboccatura è calato un sipario verde di rampicanti che scende dalla montagna sovrastante trascinando con se grosse gocce d’acqua cristallina. Cadono fitte sulle rotaie, sulle traversine e in mezzo al bianco pietrisco. Il loro rumore da più spessore al silenzio in cui mi immergo varcando il confine tra luce e ombra che delimita l’entrata della galleria. In fondo il chiarore ovale dell’altro ingresso, come un riflettore illumina l’infinito. Mi siedo per assaporare l’incanto di questo momento: il mio respiro e il fruscio delle pagine del taccuino che sfoglio strappano momentaneamente all’acqua piovana il monopolio dei suoni. Inspiro profondamente per assaporare l’aria intrisa di umidità ferrigna che bagna i mattoni rossi del tunnel oramai ricoperti, a chiazze, da una patina marcescente.
L’aritmico sbattere delle stille di rugiada carsica sul fondo della galleria risuonano provocando un debole eco che rimbalza tutt’intorno. Una riesce ad incunearsi tra il cappello, il collo e la camicia: è fredda. Scende lentamente lungo la mia schiena, mischiandosi al sudore salino fino a disperdersi. La tenue luce della torcia elettrica e il debole chiarore naturale mi consentono di leggere un breve poesia di Montale che avevo trascritto per l’occasione:
Al primo chiaro, quando
subitaneo un rumore
di ferrovia mi parla
di chiusi uomini in corsa
nel traforo del sasso
illuminato a tagli
da cieli ed acque misti;

al primo buoi, quando il bulino
che tarla
la scrivania rafforza
il suo fervore e il passo
del guardiano s’accosta:
al chiaro e al buio, soste ancora umane
se tu a intrecciarle col tuo refe insisti

È ora di riprendere il cammino. Ripongo la nera moleskine, dopo averla chiusa con il suo caratteristico elastico, e la torcia nello zaino. Mi avvio verso l’uscita del traforo del sasso illuminato a tagli da cieli ed acque misti; ed è proprio ciò che intravedo davanti a me mentre il chiarore proveniente dall’esterno, più mi avvicino all’imboccatura, si fa più vivido. L’intreccio dei rami penduli crea un gioco di chiaroscuri dove i raggi di sole giocano a rimpiattino e fanno rilucere le foglie fradice di acqua. I movimentati riflessi cristallini danzano sulle pareti scure della galleria. Allargo le braccia scostando la tenda verdeggiante e le mie dita si bagnano di un liquido freddo che mi fa scorrere un brivido lungo tutto il corpo. Esco. Ora tutto è più facile: riesco a riprendere il cammino passando in mezzo ai rovi calpestati prima e mi ritrovo ai bordi del campo.”

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 Oggetto del messaggio: Re: cara fano-urbino, ti voglio
MessaggioInviato: ven 12 mar 2010 1:12 
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mar 24 gen 2006 23:34
Località: sull'Arno nei pressi di dove entro il 2018 la tramvia dovrebbe attraversarlo
bello, veramente bello...
speriamo in una riapertura!

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Per riabilitare Galileo Galilei ci sono voluti 359 anni, 4 mesi e 9 giorni. Adesso dopo 150 anni di dura lotta riusciranno a condannare Darwin?

MM santo subito


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